Io che vivo nelle Tenebre di Marco Ghergo

Era là ogni volta. Masticava l’oscurità ed emetteva gli stessi rumori dell’osso che si frantuma sotto i denti di un predatore vorace.

Non potevo vederlo, ma sapevo che era accovacciato, ripiegato su sé stesso come le fiere che si contendono una carogna.

Quella cosa era sempre di fronte al guardaroba, nel cono d’ombra che si creava tra la parete e lo stipite della vecchia porta dorata. Potevo sentire lo schiocco della sua saliva che gorgogliava sfumando in un grugnito sommesso.

Dio mio fallo smettere!

Accesi la luce, come fanno i bambini impauriti dal buio: con la lampada che rischiarava la stanza, non c’era nulla di innaturale, in effetti, ma solo la paccottiglia dal sentore antico che avevo trovato in quella vecchia casa.

Spensi il lume, convinto di essere al sicuro (ma chi lo è davvero?) e allora il suono della

masticazione immonda riprese più forte di prima.

Non può essere!

Balzai fuori dal letto, come spinto da una forza sconosciuta e mi gettai a terra, in ginocchio, proprio nel mezzo della zona d’ombra parassitata dallo sconosciuto.

Sentii all’improvviso il buio penetrarmi e i suoni della notte diventare parte di me: erano le voci dell’oscurità e di ogni altro angolo privo di luce.

Mi curvai sul pavimento e presi a mordere l’aria come un cane idrofobo, mentre il nero diventava parte di me.

Mi scoprii così creatura delle tenebre, come se fossi riuscito dopo tanto tempo a toccare

l’immagine riflessa emersa a sorpresa da uno specchio. Fu così, nell’ombra, che capii di essere a casa.

Compresi solo in quel frastuono di ossa maciullate che le notti eterne dell’anima sono quelle della nostra ignoranza, fino a quando non scopriamo, che ci piaccia o no, chi siamo davvero.

Fine.


© Marco Ghergo.

Il racconto è in votazione per la sfida letteraria "Gli spiumati stanno arrivando".

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