Il testimone di Patrizia Benetti


Il capo era inimitabile.

Osservavo l’ufficio vuoto ma non riuscivo a capacitarmi della sua assenza. Lui era sempre stato lì, incollato alla poltrona nera sagomata dalle sue pesanti forme. Era impregnata dell’odore acre della sua pelle e segnata da un alone unticcio all’altezza della testa.

Inoltre il sigaro del capo aveva impestato lo studio. Il fumo usciva dagli spiragli della porta e si levava in alto, danzando come una serpe grigia e sinuosa.

Di punto in bianco un infarto se l’era portato via.

Il suo successore aveva qualche anno meno di lui. Ormai si era rassegnato a rimanere il vice, l’eterno numero due.

Ora fissava stranito quell’ufficio vuoto, con porta e finestra spalancate, mentre uno strano brivido di piacere gli saliva su per la schiena. Il volto rugoso si stese in un sorriso soddisfatto.

Quel tanto agognato ufficio, simbolo del potere, l’indomani sarebbe stato suo, ma non riuscì a resistere. Si guardò intorno indugiando un attimo, quindi entrò e sprofondò nella poltrona nera. Essa però si animò letteralmente, si strinse addosso al poveretto, imprigionandolo.

L’uomo si contorse e lottò con tutte le forze nel tentativo di liberarsi, ma la morsa divenne sempre più stretta, fino a soffocarlo.

E ora il vice giaceva lì, di fronte a me, con gli occhi strabuzzati, la lingua a penzoloni e una smorfia di dolore sul volto cianotico.

Fu uno spettacolo orribile. Rimasi lì, bloccato, inerme.

Lo spirito vendicativo del capo si era palesato? Non lo so. Ero l’unico testimone di quella assurda vicenda. Sconvolto, mi diressi spedito verso casa. Presi le ferie che avevo in arretrato e mi trasferii da mia sorella.

Agata abitava in un piccolo paese del sud. Lì trovai impiego come commesso in un negozio di ferramenta e non ebbi mai a pentirmi della mia scelta.

Fine.


© Patrizia Benetti.

Il racconto è in votazione per la sfida letteraria "Gli spiumati stanno arrivando".

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